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domenica 14 ottobre 2012

LA TRUFFA DI MONTI


di Domenico Moro | da Pubblico

monti spending reviewIl disegno di legge approvato dal governo e contenente le disposizioni per l’attuazione della legge di stabilità prevede misure che sposteranno quote di ricchezza dai salariati a favore delle grandi imprese. In primo luogo, ci sarà un ulteriore aumento dell’Iva dell’1%, l’aliquota intermedia verrà  portata all’11% e quella massima al 22%, malgrado Monti avesse preteso tagli alla spesa sociale in modo da evitarlo e le avesse già aumentate in precedenza. Come contentino, il governo prevede una riduzione dell’1% delle due aliquote Irpef più basse, quella fino a 15mila euro di imponibile dal 23% al 22% e quella da 15mila a 28mila euro dal 27% al 26%. Si tratta di una misura che ha il sapore della presa in giro, visto che non compensa la perdita del potere d’acquisto dei lavoratori (-3,5% nei primi sei mesi del 2012). Inoltre, i lavoratori pubblici, secondo lo Spi CGIL, perderanno tra 2010 e 2014 dai 6000 agli 8000 euro per il mancato rinnovo contrattuale e lo stop all’indennità di vacanza contrattuale, come previsto sempre dal Ddl governativo.
Molto di più dei 280 euro al massimo che potrebbero risparmiare con il taglio Irpef. Un risparmio aleatorio, perché la riduzione sull’Irpef, circa 5 miliardi, sarà superata dal maggiore gettito dell’Iva, intorno ai 5,5 miliardi. Essendo l’Iva una imposta regressiva che pesa maggiormente sui bassi redditi, quello che viene dato con una mano viene tolto con l’altra. In realtà, viene tolto molto di più, perché il Ddl prevede un risparmio dei costi per la sanità pubblica con tagli per 1,5 miliardi. Questo si scaricherà sui lavoratori che, visti i disastrati bilanci delle Regioni, vedranno aumentare addizionali e ticket e ridurre le prestazioni. Quanto risparmiato con la sanità verrà trasferito alle imprese private, che riceveranno 1,6 miliardi in riduzioni delle tasse, come incentivi alla produttività. Queste novità peggiorano un sistema fiscale già fortemente iniquo e che ha contribuito a deprimere l’economia, come dimostra il Bollettino del Dipartimento delle Finanze del Mef. Tra gennaio e agosto 2012 le imposte dirette pagate dai dipendenti privati e pubblici, nonostante la diminuzione dell’occupazione ed il blocco dei contratti, sono aumentate di 586 milioni, passando da 89,77 a 90,54 miliardi di euro, mentre quelle pagate dai lavoratori autonomi sono diminuite di 402 milioni, scendendo da 9,5 a 9,14 miliardi e quelle pagate dalle società di capitali (Ires) sono diminuite di 53 milioni, passando da 17,57 a 17,52 miliardi. È importante notare che l’aumento delle imposte indirette (+ 4,38 miliardi, pari al +3,7%), non dipende dall’Iva, il cui gettito è diminuito di 913 milioni di euro (-1,3%), nonostante l’aumento dell’1%. A pesare sulla diminuzione è stata la parte relativa agli scambi interni (-991 milioni e -1,6%), che ha subito ed anzi ha accentuato il crollo del mercato domestico, mentre quella relativa alle merci importate (+ 77 milioni e +0,7%) ha beneficiato dell’aumento del prezzo del petrolio. La maggior parte dell’aumento delle imposte indirette è dovuto all’aumento alle accise sui carburanti, per 3 miliardi (+ 24%), all’imposta di bollo per quasi 3 miliardi (+150%), alle imposte assicurative per 1,25 miliardi (+167%). Nel corso degli ultimi anni il sistema fiscale è diventato sempre meno progressivo: le imposte indirette sono state aumentate e gli scaglioni e le aliquote di quelle dirette sono stati ridotti.  Il risultato si vede nel confronto con gli altri Paesi europei. Le aliquote Iva, ora all’11% e al 22%, sono superiori a quelle della maggior parte della Ue a 27 e dei principali Paesi. In Germania sono rispettivamente al 7 e 19%, in Francia al 5,5 e 19,6%, nel Regno Unito 5 e 20%, in Olanda al 6 e 19%. Viceversa, mentre da noi l’aliquota massima sui redditi delle persone fisiche è del 43%, nel Regno Unito è del 50%, in Germania del 45% e in Francia del 48%.  L’aliquota dell’imposta sulle società (Ires), che in Italia fu portata nel 2008 da Prodi dal 33% al 27,5%, in Francia raggiunge il 34,4%, in Germania il 30,2% e in Spagna il 30%. L’unico modo per affrontare seriamente la questione fiscale è alleggerire la pressione su consumi e bassi e medi redditi e introdurre nuovi scaglioni che tassino gli alti redditi in modo progressivo e le rendite monopolistiche.
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