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giovedì 28 marzo 2013

FRANCESCO



Considerazioni sul nuovo Papa e il ruolo dei comunisti. intervento di A.M. pubblicato su Marx XXI:
“I Papi hanno lottato qualche volta con i sovrani, mai con la sovranità. (…) i colpi inferti dalla Santa Sede a un piccolo numero di sovrani, quasi tutti odiosi e a volte insopportabili per i crimini commessi, furono in grado di fermarli o di spaventarli, senza alterare nello spirito dei popoli l’idea alta e sublime che dovevano avere dei loro padroni.” “I peccati del governo sono i peccati del popolo”Joseph De Maistre “Il Papa”

Tra gli illustri confratelli gesuiti del Papa Bergoglio, Francesco I, ce n’è uno che per diversi motivi oggi vogliamo ricordare: si chiamava Roberto Bellarmino. Di professione cardinale e Inquisitore del Sant’Uffizio, è noto soprattutto per essere il protagonista del primo processo contro Galileo. Il Redondi nel suo “Galileo eretico” ne offre un’iconografia, mostrandone la controversa natura mediante l’espediente retorico di mettere simbolicamente a confronto due distinti ritratti del personaggio: l’uno, antico, attribuito a Pietro da Cortona, ce lo figura arguto nello sguardo, forte e autorevole nello scientifico intelletto, capace di scavo e indagine psicologica anche sull’osservatore, non privo di fascino, proprio così come lo immaginava Bertholt Brecht nella sua “Vita di Galileo”.
Un uomo di mediazione, che suggerisce al testardo orgoglioso scienziato la via di salvezza nel sano relativismo: dì che la teoria Copernicana non è la verità, ma una mera ipotesi matematica, e sarai salvo tu e la possibilità della scienza di progredire. Già, perché per la Chiesa del Bellarmino la scienza è gradita Ancilla, da lui stesso amata con passione. Peccato che un altro gesuita, il padre Orazio Grassi, si avvide che era nel Saggiatore e non nel Dialogo, nella teoria corpuscolare (atomista) della luce che trovavasi opposizione con il dogma della transustanziazione. Fatto assai più grave. Il Redondi ritiene essere il Grassi l’autore della denuncia anonima e causa del secondo processo, dove anche il Bellarmino si trovava a questo punto disarmato.

L’altro ritratto, moderno, è una copia del primo ma con molte varianti, tra cui l’aureola, e un misticismo lontanissimo dal realismo politico autentico del personaggio, una copia che risale all’epoca novecentesca nella quale, dopo secoli dalla prima causa di beatificazione, il Bellarmino è finalmente proclamato Dottore della Chiesa. Tutto questo dopo le alterne vicende storiche e politiche che vedono la Compagnia di Gesù sciolta con Bolla papale nel Settecento, e successivamente riabilitata nell’Ottocento. Pio XI il 13 maggio 1923 dette al Bellarmino il titolo di beato, più tardi (nel 50° anniversario del suo sacerdozio, quindi in una data specialmente segnalata) lo inscrisse nell’albo dei Santi, insieme coi gesuiti missionari morti nell’America settentrionale; nel settembre 1931 infine lo dichiarò Dottore della Chiesa Universale.

Che tutto questo avvenisse nell’oscura epoca fascista merita una lettura attenta, non ovvia e non banale. Lo intuiremo a breve.

Oggi, noi vogliamo ricordare il Bellarmino per ragioni assai diverse da quelle inerenti i rapporti tra la Chiesa e la ricerca scientifica. Lo ricordiamo per un suo scritto di teologia politica riguardante l’autorità che il Papa può esercitare sul sovrano. Ci riferiamo alla sua innovativa dottrina della potestas indirecta secondo la quale Chiesa e Stato sono due entità diverse e indipendenti, ma il Papa è quell’autorità morale che ha titolo alla scomunica del sovrano se questi si macchia di crimini gravissimi. Un sovrano scomunicato cessa di essere tale, viene prima o poi destituito nonostante il De Maistre ci ricordi che spesso esso somiglia tanto al suo popolo da poter credere di farsi beffe della morale e di qualunque Legge.

Di tali aspetti del pensiero di Bellarmino si occupò anche Antonio Gramsci nel Quaderno 7 e nelle Note sul Machiavelli. Gramsci sottolineava l’importanza della santificazione del cardinale Inquisitore al fine di «assicurare al Vaticano quel potere indiretto sulla Società e sullo Stato che è l’essenziale fine strategico dei gesuiti e fu teorizzato dall’attuale loro santo Roberto Bellarmino».

Bastano queste poche note per cogliere l’immensa attualità della questione, insieme alla citazione del conservatore De Maistre, che abbiamo posto nell’Incipit. La storia agisce similmente al cannocchiale di Galileo, portandoci lontano per farci vedere distintamente ciò che è vicino.

I gesuiti furono sommamente invisi a quel pensiero libertino che teorizzò l’assolutismo illuminato (nessun assolutismo è mai illuminato), e furono in lotta aperta contro tutta la filosofia politica (Hobbes e Locke) che regge a tutt’oggi l’apparato ideologico dello Stato moderno, capitalista ed imperialista.

Essi furono oggetto di persecuzioni e calunnie, al punto da essere sciolti e dispersi. Mai avevamo avuto un pontefice gesuita, per esempio il cardinale Martini, che molti ritengono non fu mai eletto papa proprio perché era un gesuita.

Il pensiero neoassolutista, con la sua negazione della divisione dei poteri, dell’eguaglianza del cittadino di fronte alla Giustizia, che ancora oggi la nostra destra liberista e libertina esprime sui suoi organi di stampa, non ha mancato di mostrarsi sotterraneamente ostile al nuovo pontefice. Di certo ne voleva un altro. Era convinta d’averlo già in pugno.

Ai padroni di quel popolo di destra sono invisi nell’epoca nostra tutti quei prelati che si dimostrano abili nell’arte di “smacchiare il giaguaro” più e meglio di chi avrebbe il compito politico di farlo.

La Chiesa, oggi divisa in fazioni tanto quanto all’epoca degli inquisitori, ha costruito la setta ciellina, il cui esponente cardinale Negri si arrampicò sui vetri non molto tempo orsono nella difesa di Berlusconi e del berlusconismo, quando il suo collega Bagnasco si era finalmente risolto al monito bellarminiano, cioè all’esercizio indiretto della potestà, smacchiando il giaguaro, appunto, con efficacia più incisiva di quanto il De Maistre supponeva.

Se si presta attenzione alle parole del Papa Francesco, gesuita, nel giorno della sua intronizzazione, si vedrà che il pensiero del pontefice non è scevro da quella funzione di monito e di indirizzo morale nei confronti del potere politico, quando fa preciso riferimento al rispetto dell’ambiente, al servizio verso i più deboli e i poveri. Attenderemo le sue encicliche in materia economica e i suoi atti di regnante per giudicare non quanto sia progressista o conservatore, cosa questa che forse applicata ad un pontefice non ha senso alcuno, ma quanto sia bellarminiano e dunque quanto possa indirettamente giovare ad un fine comune al nostro: estirpare il neoassolutismo che caratterizza la politica della nostra contemporaneità.
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