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giovedì 16 gennaio 2014

FASE POLITICA E RUOLO DEI COMUNISTI

LA DECADENZA DI BERLUSCONI È VERAMENTE FINE DI UNA FASE POLITICA?

di Vladimiro Merlin (Segretario provinciale PdCI Milano)

La decadenza di Berlusconi senza dubbio segna una rottura del quadro politico che ha dato vita alle larghe intese, anche se, da subito, ci si era resi conto che l’adesione a quel governo per il leader della destra era intesa come il grimaldello per salvarlo dalla decadenza più che la condivisione di un progetto politico strategico che già Monti, anche allora con la regia ed il sostegno di Napolitano, aveva tentato di portare avanti, ma che aveva incontrato attriti e contrasti in larga parte del PDL.

Abbiamo già avuto modo di scriverlo il progetto di stabilizzazione moderata del nostro paese, portato avanti dalla parte principale della classe dominante italiana e da poteri forti, politici ed economici, internazionali prevedrebbe una destra di tipo “europeo”, come la CDU-CSU, i conservatori inglesi o la destra francese, senza le contraddizioni ed i problemi che genera l’ingombrante e populista figura di Berlusconi, e senza il radicalismo di destra che trova alimento in particolare nelle componenti ex fasciste del PDL.

L’altro lato di questa medaglia è l’ultima tappa della trasformazione genetica del PCI-PDS-DS-PD che non solo deve porsi organicamente come rappresentante degli interessi delle classi dominati (anche se nella loro versione “democratica”), passaggio, questo, già portato a termine, ma che deve perdere anche gli ultimi caratteri ereditati dal suo passato, e cioè l’essere un partito di massa, con un radicamento sociale, cosa questa che comunque porta ad un ruolo attivo di masse nella politica e che lo rende in qualche misura sensibile o influenzabile dal conflitto sociale, per trasformarsi in puro partito elettorale , in modo che la competizione e lo scontro politico si riducano e si racchiudano nella sola espressione del voto (ancora meglio se votano in pochi) e poi nella sola dinamica istituzionale.

Le assonanze di questo modello, sociale, politico ed istituzionale, con quello americano sono notevoli, anche se le differenze storiche, sociali, culturali ed economiche tra i due paesi sono considerevoli e quindi non si può pensare ad una trasposizione meccanica.
Assieme alla modifica dei partiti il progetto di stabilizzazione moderata del nostro paese non può che prevedere anche una trasformazione dei sindacati che devono perdere  assieme ad ogni residuo connotato di rappresentanza di classe, in favore di un ruolo di cogestione del sistema (con al massimo una rappresentanza “corporativa” dei lavoratori o di settori di essi), anche qualsiasi propensione conflittualeI passaggi che in questi anni vi sono stati in tale direzione non sono episodi isolati ed a sé stanti, ma parte organica del tentativo di liquidazione della “anomalia” italiana.

E dato che l’essenza delle caratteristiche avanzate della democrazia italiana, uscita dalla Resistenza e consolidata dalle grandi lotte del dopoguerra, sta nella Costituzione, diventa evidente e si capisce il perché essa è stata al centro da molti anni in qua di un continuo tentativo di demolizione e di trasformazione, al punto che se tutti questi tentativi arrivassero a compimento si potrebbe parlare non di cambiamento della Costituzione; ma, ma di sua cancellazione.





Non è una novità, i comunisti hanno sempre avuto coscienza che i processi politici, quelli sociali e gli assetti democratici sono sempre stati strettamente connessi tra loro, ed ancora una volta ne abbiamo la dimostrazione. Echi di questo progetto erano già presenti nel “Piano di rinascita nazionale” della P2 di Licio Gelli (e di coloro che gli stavano dietro), ha ricevuto slancio ed ha cominciato a registrare concreti successi dopo la gestione che fu fatta della cosiddetta vicenda di “tangentopoli”, e quindi si tratta di una azione politica che viene portata avanti con continuità da più di vent’anni a questa parte, con passaggi e soggetti politici che sono anche cambiati, ma con una impressionante continuità di obiettivi e di finalità. Ultimo arruolato in questa schiera Beppe Grillo (e Casaleggio) che al di là della coscienza soggettiva che ne hanno i grillini, con il suo attacco forsennato e nichilista ,più che ai partiti, alla forma partito in quanto tale ed ai sindacati e con la sua “democrazia” e “partecipazione” virtuali (e cosa c’è di più virtuale del web) diventa, al di là dei suoi toni incendiari, ma proprio in questo sta il suo ruolo, un ulteriore tassello nel tentativo di passivizzazione delle masse e di affermazione della stabilizzazione moderata nel nostro paese.

Se questo quadro ha un fondamento risulta evidente che il progetto di stabilizzazione moderata che ha il suo fulcro nel Governo Letta-Alfano è oggi il pericolo più grande per i lavoratori, per la democrazia, per la sinistra e per i comunisti in Italia. È un progetto che, come abbiamo detto, gode di forti appoggi, che in questi anni, soprattutto in questi ultimi mesi, ha fatto passi avanti, ma suscita anche forti contraddizioni su più piani. Sul piano politico deve liquidare definitivamente Berlusconi ed il “suo” PDL, la frattura politica che sono riusciti a determinare in esso con la nascita del Nuovo Centro Destra di Alfano & Co., come da più parti è stato detto esplicitamente (in primo luogo da Letta, ma anche dallo stesso Alfano) non è solo un passaggio politico contingente per tenere in piedi il governo, ma è il primo passo di una nuova fase politica. Se nell’immediato questo passaggio ha segnato una vittoria di Letta-Alfano facendo mancare a Berlusconi i numeri per far cadere il governo è tutto da verificare quanto consenso reale è in grado di raccogliere nella base sociale/elettorale dell’ex PDL. Nei primi sondaggi il NCD è accreditato dell’8% contro il 19% di Forza Italia, ma tutti ci ricordiamo del 15% di cui era accreditata Scelta Civica di Monti/Casini che poi ha preso la metà, o di quanto si accreditava a Fini che oggi è scomparso.

Inoltre FI rompendo con il governo di larghe intese può riavvicinarsi a Fratelli d’Italia ed il resto dell’arcipelago della destra fascistoide (come Storace) ed alla Lega riproponendo una coalizione che ha dimostrato alle recenti elezioni di essere tutt’altro che fuori gioco.

Al di la dei mezzi e delle capacità mediatiche di Berlusconi e del suo entourage a tenere legata la base sociale del centrodestra al suo leader sono anche fattori materiali,  settori di piccola e media borghesia, di professioni e lavoro autonomo (in particolare il commercio) cominciano ad essere insidiati dalla crisi, o temono di esserlo e reagiscono con violenza ideologica per difendere il loro livello di vita scaricando la crisi su altri settori sociali, per salvaguardare i loro privilegi come  la possibilità di perpetuare la evasione/elusione fiscale ed individuano in Berlusconi e nel suo PDL i naturali ed organici rappresentanti di queste loro pulsioni e della ideologia di cui sono ammantate. Diversamente da una destra “tecnocratica” ed un pò aristocratica che tanto piace ai conservatori europei ed al grande capitale italiano e continentale (alla Monti, Fini o Alfano) che già nel definirsi “moderata” abdica ad essere riferimento reale, in questa fase, della maggior parte della base del centro destra perché quest’ultima vuole lo scontro sociale in quanto pensa tramite esso di far prevalere i propri interessi.

Sono settori sociali questi che hanno anche maturato diffidenza ed avversione alla UE, in quanto essa ha dimostrato di tutelare sì interessi di classe ma solo della grande borghesia economica e finanziaria, mentre con le sue politiche di rigore finisce con il colpire anche quei settori di borghesia che costituiscono larga parte della base sociale Berlusconiana. È proprio la coscienza di questi aspetti che ha guidato l’ultima campagna elettorale di Berlusconi molto aggressiva sia contro Monti che contro la UE, e che gli ha consentito di recuperare, almeno in parte, il consenso che aveva perduto con l’appoggio al governo Monti, ed arrivare ad un soffio dalla vittoria.

È per questi motivi che io penso che anche se Berlusconi dovesse abbandonare la scena politica, per le condanne o per l’età avanzata, la destra che egli oggi rappresenta non è destinata a sparire dalla scena politica italiana né ad essere assimilata nella cosiddetta destra moderata, potrebbe essere ridimensionata, in particolare nella sua presa su alcuni settori sociali che non fanno organicamente parte di questo blocco, come settori di pensionati, casalinghe o giovani che oggi sono vittime delle capacità persuasive di Berlusconi e del potente sistema mediatico a sua disposizione.

Tutto questo crea notevoli contraddizioni e difficoltà al progetto di stabilizzazione moderata  perché esso riesce ad ottenere, come abbiamo visto con Monti ed ora con Alfano, le forze parlamentari per costituire governi funzionali ai suoi obiettivi ma non riesce, o almeno fino ad ora non è riuscito, ad ottenere un adeguato consenso sociale/elettorale che gli consenta di superare le contraddizioni che suscita non solo sul versante destro della società italiana. Esaminiamo ora cosa sta accadendo sull’altro versante di questo processo, già abbiamo accennato a quali sono i cambiamenti che si richiedono al PD, e già alcuni passi si stanno compiendo.

Il primo è l’emergere sempre più, in quel partito, dei dirigenti di matrice democristiana/popolare, come Letta e Renzi, utilizzando a tale scopo anche la polemica sulla casta e sul “rinnovamento”, ma chi è più casta della famiglia Letta che con lo zio da una parte ed il nipote dall’altra hanno svolto e svolgono ruoli di primo piano in entrambi gli schieramenti che risultavano violentemente contrapposti. Ma, per inciso, è da notare che entrambi i Letta in ognuno dei rispettivi schieramenti svolgevano il medesimo ruolo di “moderatore” delle posizioni più accese e di “dialogatore” con gli esponenti dell’altra “parte” (sempre,  però, solo con i dirimpettai a loro volta più moderati).

Questa dinamica portata all’estremo potrebbe condurre non al formarsi in Italia di un partito conservatore ed uno più o meno socialdemocratico, ma ad un partito popolare conservatore e ad un partito popolare progressista (ovviamente ambedue “moderati”) una sorta di resurrezione della Dc che sulla base di questo “sdoppiamento” potrebbe governare ora alleandosi a se stessa ed ora in alternativa a se stessa, può sembrare un  paradosso, ma se guardiamo ai processi in atto non si tratta di un ipotesi al di fuori della realtà. Se questo processo dovesse affermarsi nel PD vi sarebbe un’ulteriore aspetto da considerare, questa classe dirigente di provenienza margheritino/popolare non solo non avrebbe un legame reale con il sindacato, ma se mai ne avesse uno (labile) lo avrebbe con la CISL e non certo con la CGIL.

Cosa accadrebbe allora alla CGIL? Una sua assimilazione alla CISL attraverso la formazione di un sindacato unico, già caldeggiato in un passato recente da esponenti del PD, in particolare di area cattolica, un sindacato unico, ovviamente, ad immagine e somiglianza della ultima CISL di Bonanni (che è ancora peggio di quella di anni addietro)? Sarebbe questa esattamente quella trasformazione cui abbiamo già accennato del sindacalismo italiano che farebbe tanto piacere ai fautori del progetto di “normalizzazione “ del nostro paese.
Ma ne consegue un’altra domanda: sarebbe la CGIL tutta o in parte disposta ad accettare un processo di quel tipo? In ogni caso in quel contesto verrebbe definitivamente a cadere il ruolo del PD come riferimento della CGIL. Tornando al PD un altro passo si sta compiendo verso la sua ultima trasformazione genetica, e sono le primarie “aperte” per l’elezione del suo segretario.

È questa una bomba che è destinata a distruggere ciò che nel PD è rimasto del partito di massa, radicato nella società, che esso ha ereditato dal PCI ed a trasformarlo definitivamente in un partito elettoralistico all’americana. Infatti che senso avrà da oggi in poi iscriversi al PD, militare in esso e fare quotidianamente politica se poi il massimo dirigente del partito, il segretario nazionale (ma poi a scendere lo stesso principio non potrà che valere anche per gli altri livelli), viene scelto anche da chi non è iscritto ?

Non solo! Chi deciderà la linea politica e le scelte, il segretario (eletto dal popolo) o i gruppi dirigenti (eletti dai soli iscritti)? È evidente la delegittimazione dei gruppi dirigenti e lo spostamento del potere verso il segretario (e questo vale, ancora una volta per tutti i livelli), in una sorta di presidenzialismo (o meglio in una gerarchia di “presidenti” eletti direttamente) che trasferisce la degenerazione personalistica che si è introdotta nelle istituzioni anche all’interno dei partiti. Una conferma di tutto ciò è quanto sta accadendo mentre scriviamo, Letta e Napolitano hanno deciso di spostare la verifica parlamentare del governo a dopo le primarie per il segretario del PD, dicendo chiaramente che sarà esso a determinare le scelte del partito.

Ma allora la linea del PD la decidono i gruppi dirigenti o il segretario (che potremmo definire da ora in poi segretario-monarca)? D’altro canto lo stesso Renzi ha dichiarato che se sarà eletto riunirà subito i gruppi parlamentari per decidere la linea rispetto al governo, ma anche qui dove sono i gruppi dirigenti?, è evidente l’idea del “nuovo” partito che ha in mente Renzi, un partito in cui i gruppi dirigenti sono le rappresentanze istituzionali ed il Leader. Sarò pedante ma non è questo il modello americano? Il partito democratico americano non ha dirigenti, i dirigenti reali sono gli eletti al parlamento nazionale ed al senato, il presidente (se è del partito), i governatori, i sindaci e gli eletti nei vari livelli istituzionali.

Tutto questo suscita resistenze e malumori nel PD, in particolare nella componente che arriva dalla storia PDS-DS, anche se in questo momento non trovano una chiara manifestazione, non bastano certo le timide obiezioni di Cuperlo che obietta: la linea la decide tutto il partito e non il solo segretario, non stiamo eleggendo un monarca.

L’avanzare di questo processo, però, per quanto riguarda il PD, comporta non solo la liquidazione o quantomeno l’accantonamento  di una parte dei suoi dirigenti “storici” (e non solo loro) di provenienza PDS (meno qualcuno che come Fassino salta sul carro di Renzi, dimostrando in tal modo di aver completamente assimilato la cultura ed i comportamenti  classicamente democristiani) ma anche di quella cultura politica di matrice socialdemocratica che è sempre stata alla base del percorso del PCI-PDS-DS, tutto questo è destinato a suscitare, e suscita, contraddizioni e opposizione rispetto al processo di cui abbiamo fino a qui cercato di delineare alcuni tratti.

Mi sono un pò dilungato, ma l’ho fatto perché mi sembra che da più parti a sinistra o non si vede il progetto di stabilizzazione moderata in atto (e non se ne comprende, quindi la pericolosità) o non si vedono le contraddizioni che esso suscita e le sue debolezze intrinseche, sulle quali è necessario che i comunisti e la sinistra agiscano, pena il rimanere spettatori passivi, magari lanciando strali e frasi infuocate contro tutti gli altri, pensando che ciò sia sufficiente per salvarsi la coscienza e sperando che siano le contraddizioni interne al progetto di stabilizzazione moderata a determinarne il fallimento.
 
Ma i comunisti non possono pensare ed agire così, “Io speriamo che me la cavo” non fa parte della nostra cultura politica. Dobbiamo, quindi agire per costruire un ampio fronte di forze sociali e politiche che mobilitandosi contro i vari aspetti del progetto di stabilizzazione moderata e contro il governo di larghe intese ne amplifichi le contraddizioni e ne determini la caduta. Occorre quindi rilanciare i comitati in difesa della Costituzione, costituirli in ogni territorio e renderli promotori di iniziative politiche, ancora di più dopo l’ottima riuscita della manifestazione del 12 Ottobre scorso che ha dimostrato che vi sono forze ampie mobilitabili su questo terreno, ma che poi non ha saputo darsi un seguito ed una continuità di iniziative, in primo luogo diffuse sul territorio.

Altro passaggio importante sarà il prossimo congresso della CGIL che deve dare una risposta concreta di prospettive, di obiettivi e di lotte ai lavoratori ed ai ceti popolari pesantemente impoveriti e colpiti dalla crisi, ulteriormente aggrediti dalla politica del governo Letta-Alfano, rispetto a tutto ciò non può certo bastare lo sciopero di 4 ore (1 ora per la scuola) che se lasciato come sola risposta risulterebbe puramente rituale e privo di credibilità. Sciopero, peraltro, che nonostante i suoi limiti evidenti ha visto una buona partecipazione dei lavoratori alle manifestazioni a dimostrazione che se vi fosse una chiara direzione di lotta ed obiettivi precisi si potrebbe contare su una buona disponibilità da parte dei lavoratori che vivono una situazione sempre più insopportabile, di cui non vedono lo sbocco ed anzi temono un prossimo peggioramento.

La grande mobilitazione dei lavoratori dell’azienda dei trasporti di Genova, la forte volontà di lotta che ha espresso fino al punto di resistere alla precettazione, è un segnale che indica chiaramente come covi una rabbia ed una volontà di ribellione che se non trovano la strada del conflitto sociale possono rifluire verso sbocchi qualunquistici o reazionari.

La CGIL nel suo congresso deve assumere in pieno la coscienza di questa situazione ed assumere un ruolo adeguato nella organizzazione e nella direzione del necessario conflitto sociale, segnando, quindi, una svolta rispetto al traccheggiamento che la segreteria Camusso ha attuato sino ad ora.

I comunisti devono impegnarsi in prima persona su questi terreni, sia nella costruzione dei comitati per la difesa della costituzione che nelle lotte sindacali, e svolgere un ruolo nel prossimo congresso della CGIL, ci siamo indeboliti negli ultimi tempi ma non possiamo correre il rischio di ridurre il nostro ruolo a chi fa la critica spietata di tutti gli altri ma parla per lo più a se stesso (o a pochissimi amici), dobbiamo rimboccarci le maniche ed i militanti comunisti devono tornare ad essere dei punti di riferimento nei posti di lavoro e nel territorio.

Sarà faticoso ma le potenzialità e lo spazio politico per riaffermare e rilanciare il ruolo dei comunisti ci sono, anzi vi è la necessità di farlo perché se i comunisti si fanno da parte non vi sono altri che coerentemente ed efficacemente si fanno portatori dei bisogni e delle aspirazioni dei lavoratori e dei ceti popolari, né tantomeno della necessità di cambiare la società, come anche gli accadimenti politici di questi  giorni ci dimostrano ampiamente.■
tratto da "Gramsci oggi"
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